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Tra i primi ad accorrere sul luogo ci furono gli inviati RAI, per la televisione e la radio, e molti giornalisti della carta stampata, ma le prime documentazioni sono andate perdute; si trattava infatti di collegamenti diretti o telefonici. I resoconti filmati dunque si fermarono alla trasmissione di qualche notiziario RAI del telegiornale. Al tempo non esisteva alcuna fonte critica, due soli canali televisivi trasmettevano qualche programma senza la possibilità di fuoriuscire da uno schema tradizionale. Nei primi giorni la notizia tenne banco sui notiziari del pomeriggio e della sera, ma nessun accenno alle possibili responsabilità.
Stessa sorte toccò alla stampa; gli scritti della giornalista bellunese Tina Merlin
non facevano altro che alimentare accuse e denunce nei suoi confronti, ancor prima del disastro. Anche il giornalista del Gazzettino di Venezia, Armando Gervasoni, aveva analizzato, il giorno dopo la catastrofe, gli eventi che precedettero la sciagura, riportando fedelmente i retroscena che avevano portato all'avanzamento dei lavori del bacino: da quel giorno non pose più la sua firma su quell'argomento. Il pietismo, di cui la cronaca di quei giorni era piena, dopo una quindicina di giorni lasciò il posto ad un vuoto assoluto. Assodata la responsabilità alla natura "maligna", delle quasi duemila vittime e dei
sopravvissuti non venne più data menzione. Solo in occasione del processo finale il giornalismo italiano si rimise in moto, senza mai però prendersi la briga di fare indagini approfondite, accontentandosi di riportare la notizia "tra le righe", come di un normale fatto di cronaca. |