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lo studio finale di Hendron e Patton

Negli anni seguenti molti studiosi hanno cercato di trovare una spiegazione al fenomeno, ma sicuramente lo studio più interessante, che ha comportato anche un passo in avanti nella soluzione del problema, lo si deve a Hendron e Patton. I loro risultati, pubblicati nel 1985, hanno confermato:

1) l'esistenza di una paleofrana;

2) la scoperta in più luoghi lungo la superficie di rottura, e anche al di fuori della zona di frana, di livelli di argilla montmorillonitica, fino a 10 cm di spessore, che portano i valori di angolo d'attrito residuo a 8°-10°;

3) la conseguente probabile esistenza, nel versante, di due acquiferi separati dal livello argilloso suddetto, fatto confermato dall'esame delle misure effettuate nei tre piezometri in funzione.

Sezione sulla frana

Profilo geologico 2, prima del 9 ottobre 1963
( D.Rossi - E. Semenza)

Sezione sulla frana

Profilo geologico 5, prima del 9 ottobre 1963
( D.Rossi - E. Semenza)

Sezione sulla frana

Profilo geologico 2, dopo il 9 ottobre 1963
( D.Rossi - E. Semenza)

Sezione sulla frana

Profilo geologico 5, dopo il 9 ottobre 1963
( D.Rossi - E. Semenza)

Questo risultato portò i due autori a riesaminare la struttura idrogeologica dell'intera zona. Attraverso l'uso dei piezometri si venne a conoscenza di un diverso valore tra la falda acquifera superiore e quella inferiore. Questo perché il livello della falda superiore, corrispondente alla massa della paleofrana, fortemente fratturata ed estremamente permeabile, era influenzata dal livello del lago mentre la falda inferiore, contenuta nel Calcare del Vajont, scarsamente fratturato ma reso moderatamente permeabile dai fenomeni carsici discretamente sviluppati, era alimentata sia dal lago sia dalle precipitazioni che cadevano in tutta la montagna ed il suo livello era dunque collegato alle piogge e ai tempi piuttosto lunghi di ricarica dell'acquifero. Inoltre i valori della permeabilità, la forma dei due acquiferi e il loro tempo di ricarica erano molto diversi così come i relativi livelli piezometrici con valori di pressione talmente differenti da determinare la presenza di pressioni neutre tali da diminuire la resistenza al taglio lungo la superficie di rottura favorendo l'instabilità della massa. In base a queste considerazioni Hendron e Patton hanno ipotizzato una legge di correlazione tra i livelli del lago, le precipitazioni cumulate nella falda inferiore e i movimenti.
Una successiva analisi, di tipo tridimensionale, che teneva dunque conto della componente di immersione verso Est degli strati e della presenza della faglia che delimita la frana (sempre verso Est), mostrò che circa il 40% delle resistenze totali della massa allo scivolamento era sostenuto dalla faglia orientale, alla quale era stato attribuito un angolo di attrito di 36°, e che i valori del fattore di sicurezza, calcolati per i diversi momenti della storia della frana, risultavano congruenti con gli eventi reali. Questo portò a ritenere che l'elevata velocità raggiunta dalla massa il 9 ottobre 1963, stimata in 20-25 m/sec, fosse da attribuire ad una diminuzione della resistenza di attrito, provocata dalla generazione di calore per frizione lungo la superficie di scivolamento, con una diminuzione dell'ordine del 66% dopo un percorso di 19 metri.



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